Canta Palestina!
L’inconscio di fronte al massacro di un popolo
Di Silvia Lippi
12-03-2026
Curioso silenzio. La psicoanalisi, che ha riflettuto molto sul significato psichico delle guerre e dei genocidi, è muta riguardo a Gaza. Silvia Lippi analizza qui questo silenzio come quello di un intero continente, di un’intera civiltà. Vede l’effetto della colpa che, lungi dall’evitare la ripetizione, protegge il soggetto dalla realtà delle sue azioni e lo porta a ripeterle, in buona coscienza sporca. Per uscire da questo cerchio, propone un percorso: non sentirsi in colpa, ma scrivere la propria vergogna. Perché la vergogna impegna l’essere stesso della persona che parla e la costringe ad agire per sfuggire all’insopportabile. Partendo dalla propria vergogna, mescolando aneddoti e concetti, mobilitando Primo Levi e la poetessa gazouie contemporanea Batool Abu Akleen, Lacan e Deleuze, la canzone napoletana e Étienne Balibar, offre qui una meditazione allo stesso tempo intima e intensa su ogni soggettività politica a venire: una “ontologia” di noi stessi a partire dalla Palestina.
“Questa terra è mia, con le sue molteplici colture. Cananea, ebraica, greca, romana, persiana, egiziana, araba, ottomana, inglese e francese. Voglio vivere tutte queste culture. È mio diritto identificarmi con tutte queste voci che hanno risunato su questa terra. Perché non sono né un intruso né un passante. » (Mahmoud Darwich)
«Svergogna, vergogna» (Gilles Deleuze)
Dal 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi terroristici di Hamas su Israele, le immagini del genocidio in corso a Gaza sono circolate nei media e sui social network di tutto il mondo: edifici sventrati, adulti e bambini che, come zombie, si trascinano tra macerie e macerie in compagnia di bombe, droni e carri armati dell’esercito israeliano. Case demolite, capanne e tende di fortuna, rimangono gli unici rifugi per una popolazione in parte sterminata. È sicuramente la prima volta nella storia: assistiamo in diretta al massacro di un popolo. Come è possibile che, dopo la dichiarazione universale dei diritti umani e la convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, il mondo occidentale guardi e tolleri un genocidio in atto, senza nemmeno osare nominarlo? Perché i governi delle grandi potenze non intervengono per fermarlo? O più concretamente, per quali strane ragioni non prendono misure contro lo Stato di Israele, come avevano fatto per esempio con la Russia, quando Vladimir Putin aveva invaso l’Ucraina? Meglio, perché continuano a fornire armi, almeno difensive ma in realtà offensive, perché mantengono il loro sostegno, la loro alleanza, con uno Stato il cui governo sta commettendo tali atti? Basterebbe astenersi, solo astenersi. Possiamo davvero credere alle giustificazioni che sentiamo da personalità politiche, giornalisti, artisti e intellettuali? Dobbiamo supporre che sia necessario sterminare un popolo per sostenere il diritto di Israele di esistere, difendere i principi della democrazia e combattere il terrorismo? Infine, bisogna violare tutte le leggi e tutti i principi generali, istituiti dalle nostre società soprattutto di fronte alla paura degli estremi a cui l’antisemitismo ha portato l’Europa, per combattere l’antisemitismo?
Cercherò di analizzare, con gli strumenti della mia disciplina, la psicoanalisi, le reazioni che il genocidio in Palestina ha prodotto nelle nostre vite, singolarmente e collettivamente. Partirò dalla mia esperienza personale e cercherò di analizzare gli effetti consci e inconsci che Gaza ha prodotto nella mia vita e nella vita pubblica.
Questo testo ha per me il valore di un coming out: sì, la causa palestinese mi interessa; sì, devo scrivere la violenza e l’ingiustizia che subisce questo popolo da parte dello Stato di Israele, ma anche degli Stati del mondo, in particolare gli Stati “occidentali”, che guardano a questo genocidio con un’aria di desolata impotenza la cui malafede salta agli occhi. Come spesso accade, l’atto di dire apre a nuove prospettive di pensiero e di esistenza, a differenza della repressione e degli altri meccanismi di difesa che, come Freud ha ben dimostrato, tendono a distruggere l’individuo e la collettività.
Dont’stop talking about Palestine, non smettiamo di parlare della Palestina, è ciò che mi porta via, come una sorta di Es muss sein che mi si impone, nonostante la difficoltà che provo a concretizzare il mio progetto. Cosa significa scrivere su Gaza, e per Gaza? Non c’è una distanza invalicabile tra noi e loro?
Non sono né filosofa, né politologa, e tanto meno un’esperta del Medio Oriente. Questo testo non ha alcuna ambizione di spiegare cosa succede da più di due anni in Palestina: l’orrore che vivono gli abitanti di Gaza non ha certamente bisogno di essere interpretato da una psicoanalista. Mi sento comunque interpellata, perché il mondo psicoanalitico non si è ancora espresso veramente su questa triste pagina della nostra storia. Non è che gli psicoanalisti non si pronuncino su argomenti di attualità o di dibattito pubblico. Diversi psicoanalisti si erano immediatamente mobilitati dopo lo “shock traumatico senza precedenti” che avevano provato in occasione dell’attacco terroristico del 7 ottobre: avevano denunciato “le azioni odiose perpetrate da terroristi palestinesi”. Le associazioni psicoanalitiche francesi hanno ricevuto diversi comunicati da parte di psicoanalisti di tutto il mondo che descrivevano la barbarie delle milizie di Hamas, che avevano ucciso 1200 persone, ferito altre 4000, di cui 800 civili e almeno 36 bambini, infine catturato 251 ostaggi. D’altra parte il massacro a Gaza non ha attirato l’attenzione degli psicoanalisti, abbastanza indifferenti, a quanto pare, ai 73000 palestinesi uccisi, di cui almeno 21500 bambini; più di 183.000 feriti, di cui più di 46500 bambini.
Questo silenzio è tanto più inquietante in quanto, da diversi anni, il genocidio è una questione psicoanalitica in quanto tale: esistono numerosi scritti psicoanalitici sulla Shoah, sul genocidio in Ruanda e sugli stermini delle popolazioni indigene in America. Il problema dell’antisemitismo e la questione del sionismo hanno interessato gli psicoanalisti per diverse generazioni, e nella letteratura psicoanalitica contemporanea si trovano teorie sulla razza e il razzismo in relazione all’inconscio. Nonostante ciò, quasi nessuno si è espresso sulla causa palestinese e sul genocidio in corso a Gaza.
Se il silenzio degli psicoanalisti riguardo alla Palestina e al genocidio in corso mi colpisce come psicoanalista, bisogna notare che questo disinteresse non li riguarda esclusivamente. Filosofi, sociologi, giornalisti, personalità dello spettacolo e della politica, in particolare in Francia, hanno subito negato la sua portata, e inoltre molti canali mediatici hanno persino strumentalizzato il genocidio degli abitanti di Gaza a fini ideologici ed economici. Ma è possibile scotomizzare un genocidio? Quali sono le conseguenze, a livello psichico e politico, di questo processo difensivo?
La psicoanalisi ci insegna che, quando non si vuole vedere, non si vede: “fare del non accaduto”, scriveva Freud a proposito dell’ossessione. Ma questa modalità di difesa non riguarda esclusivamente la nevrosi ossessiva: in psicoanalisi si chiama “repressione”.
Il soggetto respende una situazione che non vuole vedere e di cui non vuole sapere nulla, perché è troppo traumatica per essere integrata dal pensiero. Reprimere, non vedere, non sapere ci va bene. Almeno è quello che crediamo, perché la Cosa traumatica ritorna sempre, in un’altra forma, ma sempre lì: il reale torna sempre nello stesso posto, affermava Lacan. Ma se continuiamo a non voler vedere e sapere cosa succede, quali saranno le conseguenze? Cosa non vogliamo assolutamente vedere o sapere del genocidio a Gaza? E quali saranno le conseguenze di questa resistenza, conscia o inconscia, per la storia e per noi?
“Shame, shame”, scriveva Deleuze, nel 1983, a proposito della posizione scomoda del mondo occidentale nei confronti della Palestina. Oggi la situazione è peggiorata, è andata oltre ogni immaginazione possibile. Dopo due anni di massacro, il cessate il fuoco del 9 ottobre 2025 che ha permesso la liberazione degli ostaggi israeliani, non ha fermato l’occupazione dei territori palestinesi da parte dell’esercito israeliano, né la violenza nei confronti delle persone che ci vivono. I prigionieri palestinesi non sono stati liberati e, dopo il cessate il fuoco, gli attacchi israeliani hanno ucciso quasi 500 palestinesi e hanno fatto più di 1200 feriti, senza considerare le morti per freddo e carestia nei campi palestinesi. 2,4 milioni di palestinesi vivono oggi in condizioni disumane a causa delle restrizioni israeliane sull’ingresso di cibo, forniture mediche e materiali di riparo per proteggersi dal freddo. I governi dei paesi di tutto il mondo guardano e, salvo alcune eccezioni, non fanno nulla, o almeno nulla che possa avere effetti concreti, preferendo i gesti simbolici grandiosi (come il riconoscimento della Palestina) a decisioni concrete ma che sarebbero molto più ostacolanti per il governo israeliano (come la sospensione di ogni cooperazione militare, sanzioni economiche o procedimenti giudiziari in coerenza con il diritto internazionale).
Come non morire di vergogna osservando l’immobilità e la malafede dell’Europa, degli Stati Uniti e anche di altri paesi, soprattutto tra i loro clienti? Come non morire di vergogna davanti alla strumentalizzazione della lotta contro il terrorismo, della lotta contro l’antisemitismo, al fine di giustificare il genocidio in Palestina?
La vergogna ci obbliga a guardare cosa succede a Gaza. Se i nostri governanti non si vergognano di ciò che fanno o non fanno per Gaza, il popolo di tutto il mondo ha reagito: i grandi raduni dell’autunno 2025 hanno mostrato la protesta di migliaia di persone contro i paesi complici del genocidio e la solidarietà verso il popolo palestinese. Gaza ha scosso le nostre vite, le ha risvegliate, e la causa palestinese è diventata per diversi mesi, e spero ancora per molto tempo, la nostra causa.
Abbiamo visto bene cosa succede a Gaza, lo sappiamo, e ci vergogniamo. La vergogna ci obbliga a reagire: ma cosa significa reagire, per Gaza, e per noi, a partire dalla vergogna? E come può la vergogna diventare un motore di lotta e resistenza?
Gli specchi della vergogna
Questo testo esiste anche grazie a un lapsus, un lapsus che ho commesso al momento della concezione di un intervento programmato da Les Temps qui restent al Palais de Tokyo, il 27 novembre 2025, nell’ambito della mostra “Echo Delay Reverb, Art Américain, Francophone Pensée”. Avevo scelto in un primo momento di commentare l’opera dell’artista femminista Martha Rosler, Semiotica della cucina, presente nella retrospettiva: trattandosi di un video proiettato su un piccolo televisore in un corridoio, la visione si annunciava complicata per il pubblico. Per questo motivo Arto Charpentier, uno degli organizzatori dell’evento, mi aveva chiesto se potevo commentare un altro pezzo della mostra. Non essendo un’esperta di arte contemporanea statunitense, la scelta non era semplice: guardavo l’elenco dei nomi e delle opere esposte senza riuscire a pensare a qualcosa che avrebbe potuto orientare la mia conferenza. Improvvisamente, trovo ciò di cui ho bisogno: Replacement, di Cameron Rowland, che “rappresentava” la bandiera palestinese, mi avrebbe permesso di presentare alcune delle riflessioni che esporrò qui.
La scelta si era brutalmente imposta a me a causa di ciò che stava accadendo a Gaza al momento dell’esposizione; l’ipotesi di un genocidio cominciava a non essere più messa in dubbio, i bombardamenti erano al vertice e le manifestazioni di protesta scoppiavano ovunque: i popoli di tutto il mondo avevano finalmente deciso di reagire e di opporsi ai loro governi ritenuti complici di un genocidio. Il mio paese, l’Italia, si era particolarmente distinto: in diverse città, la partecipazione alle manifestazioni per Gaza era stata senza precedenti tra i grandi movimenti di mobilitazione popolare recenti. Ne ero commossa. Volevo unirmi alle grida di “Free Palestine” dall’Italia e da tutto il mondo. Inoltre, potevo farlo in compagnia di Etienne Balibar, uno dei pochi filosofi francesi che si era espresso più volte a favore di Gaza in modo eloquente e toccante. Decido di comunicare la mia decisione agli organizzatori che tardano un po’ a rispondermi. Cosa? Sono insoddisfatti della mia scelta? Vogliono farmi tacere? Vogliono anche provare a nascondere quello che succede oggi a Gaza? Insomma, il massacro del popolo palestinese era diventato tabù anche nel mondo dell’arte?
Ma ero andata un po’ troppo oltre con la mia proiezione, e ho dovuto far scendere rapidamente la mia paranoia: Arto Charpentier mi annuncia che avevo commesso un errore nell'”interpretazione” dell’opera di Cameron Rowland: non si trattava della bandiera della Palestina, come avevo creduto, ma della bandiera della Martinica.
Quindi avevo confuso le due bandiere? Come ho potuto commettere un errore del genere? Non avevo scuse: ovviamente, non conoscevo la bandiera martinicana, non l’avevo mai vista, e non avevo nemmeno considerato la Martinica come nazione indipendente dalla Francia.
Che vergogna. Ero stata presa in trappola dal mio inconscio: per quanto mi dicessi che ero visceralmente contro la colonizzazione, l’imperialismo, il razzismo, la supremazia bianca, blablabla – il fatto è che avevo scotomizzato la Martinica. Il mio lapsus parlava più della mia buona coscienza.
Per la psicoanalisi, il lapsus, così come il sogno, la parola di spirito, l’atto mancato e il sintomo, sono formazioni dell’inconscio. Attraverso l’equivoco linguistico, visivo o uditivo, il lapsus esprime il ritorno modificato del represso, sempre di origine traumatica. Questo è il motivo per cui il senso di un lapsus rimane opaco: il lapsus si esprime in modo obliquo, a metà, in modo impreciso ed enigmatico, ma il suo senso oscuro è sempre suscettibile di essere interpretato.
Che significato rivelava il mio lapsus? Di quale represso è stato il ritorno? Cosa non volevo vedere quando non avevo visto la bandiera della Martinica? Più precisamente, cosa mi faceva vedere il lapsus, con l’aggiunta del colore bianco alla bandiera della Martinica? Non solo il bianco aveva trasformato la bandiera martinicana in una bandiera palestinese, ma il significante “bianco” mi apriva a un gran numero di associazioni. Prima di tutto sono una donna bianca, cresciuta in una società bianca, con i privilegi di borghese bianca. Allora mi sentivo in colpa di essere bianca? No, non era questo buon sentimento che riemergeva in me, non era in nome dell’umanesimo e dell’umanitarismo che la vergogna invadeva il mio corpo e il mio essere. È con ragione, credo, che Carlo Ginzburg scriveva:
«La vergogna non è una scelta: ci cade addosso come una malattia improvvisa, invade i nostri corpi, i nostri sentimenti, i nostri pensieri. »
Mi rendevo conto che la “cecità” che avevo proiettato sull’Altro ora colpiva la mia persona: la vergogna dell’Occidente era anche la mia vergogna. La vergogna del colonialismo in Martinica rifletteva la vergogna del colonialismo in Palestina, e viceversa. Le due vergogne rimbalzavano l’una sull’altra, attraversavano e superavano la mia immagine, fino ad avvolgere tutto il mio essere. Il mio orrore si rifletteva nelle due bandiere-specchi, quella della Martinica e quella della Palestina. Non potevo più guardare che da un lato, ogni specchio proiettava la vergogna oltre se stesso; ero imprigionata negli specchi della vergogna: dal colonialismo al genocidio a Gaza, passando per la Shoah, e da tutti i crimini commessi dalla nostra civiltà. Non riuscivo più a distogliere lo sguardo da nessuna parte; tutto ciò che vedevo non faceva che intensificare la mia vergogna. Non ero colpevole, ma responsabile: non potevo più scotomizzare gli orrori dell’Occidente, perché questi orrori erano anche i miei, e me ne vergognavo… Che vergogna insopportabile. Dovevo reagire, ma come?
Ma non ero l’unica a provare vergogna (a causa del mio lapsus e dei suoi effetti): la bandiera di Cameron Rowland continuava a riflettere l’orrore e a spargerla ovunque. Dopo l’apertura della mostra, era la direzione del Palais de Tokyo che stava diventando, anch’essa, atrocemente vergognosa di fronte all’opera dell’artista.
La bandiera nera, rossa e verde rappresenta ufficialmente la Martinica dal 2023. È brandito come simbolo, dagli anni ’60, da vari movimenti indipendentisti. È per questo motivo, immagino, che l’artista aveva avuto l’idea di far sventolare la bandiera martinicana sulla facciata dell’edificio mentre all’interno del museo si svolgeva la mostra. Ma la direzione del museo, dopo 12 ore di esposizione sulla facciata, aveva deciso di ritirarlo. E per quale motivo? Aveva paura che fosse giudicato illegale? O non era piuttosto la vicinanza dei suoi colori con i colori della bandiera palestinese che gli aveva causato problemi? Tuttavia, dalla rimozione della bandiera, non si è più vista da nessuna parte; la bandiera era certamente presente all’interno del museo, ma nascosta: era stata coperta. Era attraverso questa presenza-assenza dell’opera nella mostra che la direzione aveva legittimato la rimozione della bandiera dalla facciata, cioè come gesto performativo. Ma questa dubbia giustificazione non aveva impedito a Cameron Rowland di sporgere denuncia contro il Palais de Tokyo: è quantomeno bizzarro presentare un atto performativo in una mostra senza il consenso dell’artista. In verità, la rimozione della bandiera assomiglia più a un atto di censura che a un gesto artistico. Ma perché la direzione del Palais de Tokyo temeva così tanto la bandiera martinicana? Cosa voleva nascondere, o peggio scotomizzare? Cosa aveva visto nella bandiera che non voleva vedere, al punto da coprirla, rendendo la Cosa allo stesso tempo presente e invisibile?
Non lo saprò mai, come non saprò mai se la vergogna avesse contaminato, o meno, la direzione del Palais de Tokyo. Ma so bene che io, da parte mia, morivo di vergogna. E non era solo la mia immagine che aveva preso un colpo, la vergogna attraversava il mio corpo e trafiggeva tutto il mio essere: “ontologia”, diceva appunto Lacan, per segnare la confluenza tra vergogna e essere. L’essere qui non è da intendere come un’essenza o come una sostanza, né come l'”io” del soggetto, cioè l’immagine di sé fittizia o ideale; l’essere indica qui il verbo, cioè il fatto di esistere, di vivere, in compagnia della vergogna: di ciò che facciamo della nostra vita, siamo sempre responsabili. “Essere” qui significa “agire”, e di fronte alla vergogna bisogna agire, o reagire meglio, per affrontare questo affetto doloroso, insopportabile. Questo è proprio ciò che hanno fatto i popoli di tutto il mondo a sostegno di Gaza, attraverso le manifestazioni collettive, la presa di parola, la partecipazione e il sostegno alla Global Sumud Flotilla: hanno reagito perché stavano morendo di vergogna. E io dovevo fare lo stesso di fronte al mio lapsus e a tutti i significati vergognosi che aveva generato: dovevo agire perché ero responsabile del mio essere, e della mia vergogna. Ora, agire significava per me scrivere. Scrivere non era certamente per me un atto eroico, ma un atto di sopravvivenza: se pensare al genocidio mi era impossibile, potevo sempre scrivere la mia vergogna, a partire dalla mia vergogna, per non morirne.
Colpevoli, ma senza vergogna
Il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il primo ministro della Repubblica italiana, Giorgia Meloni, il Cancelliere federale della Germania, Friedrich Merz, il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban, il presidente dell’Argentina, Javier Milei, il primo ministro del Canada, Justin Trudeau, il primo ministro dell’Australia, Anthony Albanese, il primo ministro dell’India, Narendra Modi, e tutti coloro che sostengono direttamente o indirettamente le azioni criminali di Benjamin Netanyahu in Palestina, e le giustificano, non stanno certamente morendo di vergogna: Lacan aveva ragione quando affermava che “morire di La vergogna è un effetto raramente ottenuto”. Non si vergognano perché si rifiutano di vedere che l’esercito israeliano sta sterminando un popolo, e che sono complici del genocidio in corso. Tutte le giustificazioni che si sentono da più di due anni (bisogna difendere la democrazia e i valori dell’Occidente, bisogna combattere l’antisemitismo, l’islamismo, il terrorismo…) servono a ratificare la repressione di un genocidio e a scotomizzare l’esistenza di un popolo e di una terra, la Palestina.
Questa cecità non risale ad oggi. Gilles Deleuze ed Elias Sanbar scrivevano già nel 1982:
“Il movimento sionista ha mobilitato la comunità ebraica in Palestina non sull’idea che i palestinesi se ne sarebbero andati un giorno, ma sull’idea che il paese fosse “vuoto”. […] Ma la maggior parte di questa comunità funzionava nei confronti delle persone che frequentava fisicamente ogni giorno, come se non ci fossero. E questa cecità non era fisica, nessuno era ingannato al primo grado, ma tutti sapevano che questo popolo oggi presente era “in attesa di scomparire”, tutti si rendevano anche conto che affinché questa scomparsa potesse avere successo, bisognava funzionare fin dall’inizio come se avesse già avuto luogo, cioè “non vedendo” mai” l’esistenza dell’altro, eppure ultra presente. Il vuoto sul terreno doveva per riuscire a partire da un’evacuazione dell'”altro” della propria testa di coloni”
Ma rifiutare di guardare ciò che non si vuole vedere e non volerne sapere nulla non fa sparire l’oggetto della nostra repressione: il popolo palestinese è sempre lì, solo, abbandonato dall’Europa, dagli Stati Uniti, dagli Stati arabi della regione e da molte altre nazioni.
Per la filosofa Judith Butler l’abbandono del popolo palestinese passa anche attraverso la negazione del diritto di piangere i loro morti. A differenza delle nostre, le vite degli abitanti di Gaza non meriterebbero di essere piante, ma questa indegnità forzata di fronte alla morte non fa che rafforzare la volontà del popolo palestinese di lottare per poter continuare ad esistere. Scrive:
«[Gli abitanti di Gaza] rivendicano la loro piagnucolosità pur sapendo che non sono, agli occhi anche di coloro che li bombardano, considerati come esseri potenzialmente piangenti. O forse le forze aeree israeliane che bombardano gli abitanti di Gaza sanno perfettamente che i parenti che sopravvivono porteranno il lutto di queste vite, e cercano così di far precipitare queste comunità in un dolore così insopportabile che non potranno mai più sollevarsi contro le forze di occupazione. Non so cosa pensano. Ma la storia suggerisce che la distruzione di vite su una tale scala non fa che rafforzare la determinazione di coloro che sopravvivono a resistere, così come quella delle generazioni future che continueranno la lotta per il diritto di esistere. »
Il processo di scotomizzazione è senza fine. L’invisibilità dei palestinesi passa attraverso la negazione delle loro vite e arriva fino alla negazione dei loro morti. Questo primo respingimento è coperto dall’ipocrita riconoscimento di uno Stato di Palestina. Ma nessuno si preoccupa del suo popolo: la carneficina e la morte persistono in Palestina, e presto lo Stato riconosciuto non avrà più abitanti per popolarlo. È nel 1978 che Deleuze, sempre lui, ha scritto:
“Per una “soluzione” finale del problema palestinese, Israele può contare su una complicità quasi unanime degli altri Stati, con sfumature e restrizioni diverse. I palestinesi, persone senza terra né Stato, sono dei fastidi per tutti. Per quanto ricevano armi e denaro da alcuni paesi, sanno cosa dicono quando dichiarano di essere assolutamente soli. »
La scotomizzazione del popolo palestinese ha una funzione psichica, e naturalmente politica: l’Europa aveva creduto che sostenendo la creazione dello Stato di Israele, avrebbe pagato per i suoi crimini nei confronti del popolo ebraico, sterminato durante la seconda guerra mondiale. Ma un debito del genere non si paga così facilmente, e, soprattutto, come osserva semplicemente Deleuze, “nessuno può pagare un debito con omicidi […]. Il più grande genocidio della storia, la Shoah, è diventato il male assoluto; questa “visione religiosa e mistica” non ha fermato il male, al contrario lo ha diffuso, facendolo subire al popolo palestinese.
Freud si era reso conto del problema: nonostante il suo attaccamento alla cultura dei suoi antenati, non aveva mai guardato di buon occhio il progetto della fondazione di uno Stato ebraico in Palestina. L’inventore della psicoanalisi non si opponeva alla fondazione di uno Stato di Israele, ma gli sembrava irragionevole farlo in Palestina. Considerando tutto quello che è successo su queste terre dal 14 maggio 1948, la sua intuizione non si è rivelata insensata. Scriveva in una lettera, il 26 febbraio 1930:
“Per quanto mi riguarda, mi sarebbe sembrato più saggio creare una casa nazionale ebraica su un terreno storicamente meno affollato […]. E ammetto con rammarico che il fanatismo irrealistico dei nostri correligionari ha la sua parte di responsabilità nel risvegliare la sfiducia degli arabi. Non posso provare la minima simpatia per questa pietà sconosciuta che, erigendo un pezzo del muro di Erode in reliquia nazionale, provoca il risentimento delle popolazioni indigene”.
La colpa non è una condizione psichica efficace per riparare il male che abbiamo dispensato, tanto più se sono gli altri a pagare per le nostre colpe. Ipotizio che il senso di colpa, conscio o inconscio, fosse all’opera e giustificasse la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 in Palestina. Non contesto la sensazione della necessaria esistenza di uno “Stato ebraico” dopo la Shoah, vorrei semplicemente mettere in discussione qui le modalità psichiche che sono all’origine di questa fondazione, così come i loro effetti concreti nel mondo.
La psicoanalisi ci insegna che la colpa è, dal punto di vista dell’inconscio, una difesa che, attraverso la ruminazione infinita, perpetra il godimento della propria colpa non pagata, nei confronti di se stessi o degli altri. Capita spesso che i nostri pazienti si riprendano per tutta la durata delle sedute il loro senso di colpa. Non sono abbastanza buoni, non abbastanza gentili: sono colpevoli. Non lasciano il loro partner: sono colpevoli. Tradiscono il loro partner: sono colpevoli. Ma allo stesso tempo non fanno nulla per pagare e uscire dalla loro colpa.
L’equazione è semplice: se sono colpevole, ho necessariamente trasgredito la legge, occupo quindi (inconsciamente) una posizione di onnipotenza e non ho alcuna voglia di staccarmi. L’Altro non determina più il mio desiderio e le mie azioni, o almeno a ciò in cui credo. Riconoscere la propria colpa può anche diventare un’ostruzione per continuare a “peccare”. Succede raramente che l’esercizio orale di un mea culpa sia effettivamente seguito da un atto che permetta al soggetto di evacuare concretamente la sua colpa: non è un caso se l’atto di confessione nella religione cattolica consiste essenzialmente nella confessione dei propri peccati, peccati dei quali il soggetto è rapidamente assolto attraverso la semplice confessione, così disponibile a peccare di nuovo. Questo accade anche nella cura, in particolare quando il paziente prende l’analista per un prete, o piuttosto quando l’analista assume questa posizione di santo uomo (o santa donna).
Succede ovviamente che la persona colpevole di qualcosa cerchi effettivamente di rimediare, ma solo quando il prezzo da pagare non è troppo alto, o perché sono gli altri che pagano per lei.
Comunque sia, il senso di colpa è un percorso psichico immaginario che non fa altro che ratificare la repressione di ciò che non vogliamo vedere, ed è per questo che spesso non proviamo vergogna. Il nostro corpo rimane indenne – la colpa mentale è sufficiente – e con il corpo anche il nostro essere. È tutt’altro con la vergogna: il sentimento di vergogna può davvero spingerci a reagire di fronte alla nostra posizione vergognosa, perché è insopportabile. Il senso di colpa, invece, si trasforma in un movimento proiettivo e alla fine sono gli altri che diventano colpevoli: i miei genitori che vogliono che io sia la migliore, mio marito che non mi permette di lasciarlo, mia moglie o la mia amante che mi ama troppo! Sono quindi i miei genitori, mio marito, mia moglie e la mia amante che sono colpevoli, sono loro che devono pagare: io, alla fine sono innocente. Conosciamo in psicoanalisi questo meccanismo proiettivo proprio della paranoia – che non è necessariamente una caratteristica della psicosi – e che può spingersi molto lontano, a livello individuale, ma anche collettivo.
L’antisemitismo è probabilmente un esempio di questa svolta dalla colpa alla paranoia. Se l’Europa si sente in colpa perché ha almeno permesso lo sterminio degli ebrei, alla fine sono gli ebrei che sono colpevoli della colpa dell’Europa, che è innocente, poiché ha riconosciuto i suoi crimini – perché allora ricordarglielo continuamente? Oppure la colpa è spostata su un terzo elemento, come nel caso della Palestina: i governi dei paesi europei “proteggono” Israele dai palestinesi, che sono colpevoli (la Palestina è responsabile dell’antisemitismo, del terrorismo, delle guerre di religione, ecc.). Infine, ultimo beneficio, gli ebrei sono colpevoli poiché fanno del male ai palestinesi: l’Europa è innocente, è solo manipolata da ebrei o da potenze israeliane più o meno occulte – il cerchio dell’antisemitismo è chiuso, il senso di colpa riporta il soggetto (l’Europa) al suo punto di partenza.
L’Europa, per pagare i suoi crimini nei confronti del popolo ebraico, ha sostenuto la fondazione dello Stato di Israele, non certamente in Europa – troppo costoso da pagare! -, ma in una terra che non era nel suo continente: la Palestina. E i crimini così caratteristici della storia europea sono ricominciati, ma questa volta attraverso altri tortori e nei confronti dei palestinesi: colonizzazione di terre prima, apertura di campi, esili forzati di popolazione, inquadramento militare di un’intera popolazione, infine, infine, genocidio. La riparazione del male si è rapidamente trasformata in propagazione del male: Deleuze, ancora una volta, non si era sbagliato.
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, gesto odioso come ogni atto terroristico cieco, e tanto più che è di un livello di violenza raro, è diventato il pretesto perfetto per attuare il programma genocida di Netanyahu in Palestina, con la complicità dell’Europa e degli Stati Uniti. È ovvio che, senza il loro sostegno, Israele avrebbe molte più difficoltà ad avere successo nel suo progetto. Ma l’Europa e gli Stati Uniti sono colpevoli, quindi… dobbiamo sostenere Israele! Se per una volta non facciamo pagare al popolo ebraico di averci messo in una posizione scomoda (a causa dei nostri crimini nei suoi confronti), questa volta sono i palestinesi che devono rimborsare il debito… per noi, e ancora per noi! È facile anticipare il seguito: che si faccia pagare agli ebrei la colpa di averci reso colpevoli di averli sostenuti – conseguenza così probabile della logica del senso di colpa che spiega forse il terrore dei governi europei complici del genocidio di fronte alla rinascita virulenta dell’antisemitismo. Rinchiusi come sono nella colpa, non gli resta che l’offerta eccessiva nella repressione, attraverso la censura e la repressione dei movimenti di simpatia nei confronti della causa palestinese. Ma questo atteggiamento non risolve nulla, non fa che aggravare la dinamica mortale in atto: più colpa, più colpa, più repressione, più colpa, più colpa, ecc. L’Europa è fottuta.
Il sostegno costante allo Stato di Israele per più di 70 anni non ha certamente permesso agli Stati europei di rimborsare il loro debito al popolo ebraico. Presa tra il senso di colpa per le sue vecchie colpe e i vantaggi economici, politici e simbolici dei suoi accordi con Israele, l’Europa ha ben integrato l’invasione coloniale di Israele in Palestina: insiste oggi a scotomizzare, quindi a reprimere e giustificare, lo sterminio del popolo palestinese. E tutto questo senza il minimo sentimento di vergogna – almeno tra le persone che identificano i colpevoli (anche loro stesse).
Ontologia della Palestina
Questo circuito chiuso della colpa che va dalla Shoah all’attuale genocidio a Gaza è al centro del disagio nella cultura contemporanea. Questo disagio si basa sul tentativo di scotomizzare il reale. Intendiamo “reale” nel senso lacaniano del termine, cioè come un evento traumatico e inconfessabile: il reale è impossibile da dire. Ma che lo sia non significa che non si possa prendere qualche briciolo – quando si è pronti ad andare a vedere un po’ più da vicino l’evento inconfessabile.
Ogni scotomizzazione, effetto della repressione del trauma, si esprime anche attraverso il silenzio: se non si vede (o non si vuole vedere), allora non se ne parla. Il silenzio ci separa dal sentimento di vergogna. Lacan lo spiega in questo passaggio del suo seminario L’envers de la psicoanalyse, con il suo linguaggio particolare:
“Ci siamo stati a lungo. Parlarne infatti, è aprire questo ridotto, non l’ultimo, l’unico di cui tiene ciò che si può dire onestamente dell’onesto, onesto che tiene all’onore – tutto questo è vergogna e compagno – di non menzionare la vergogna. Proprio di ciò che morire di vergogna è per l’onesto l’impossibile. Sapete da me che questo significa il reale. »
Lacan evoca il silenzio rispetto a un dire che parlere dell’essere, un dire che implica e compromette necessariamente il soggetto. Non abbiamo detto nulla, sostiene, del reale, cioè di qualcosa di cui non vogliamo sapere nulla, ma che torna sempre nello stesso posto, l’abbiamo già ricordato: non si sfugge al reale, in particolare, nella prova della vergogna, una vergogna di cui si potrebbe morire. La vergogna ci obbliga a parlare. Al contrario, tacere significa non dire la propria vergogna, e non poterne morire. Perché morire di vergogna è, per l’uomo onesto-che-tiene-al-suo-onore, dice Lacan, impossibile, impossibile che la psicoanalisi lacaniana attribuisce al reale, ciò con cui nessuno vuole in alcun modo confrontarsi. Questo reale è “traumatico”, sostiene anche Lacan, perché fa un buco: fa un buco nella storia – nella storia del soggetto, ma anche nella storia dell’umanità. Il reale che fa un buco nel discorso fa ritorno nella vergogna, ed è solo attraverso questo affetto imbarazzante, scomodo, insopportabile, che il soggetto si trova nella necessità di confrontarsi.
Lacan lascia intendere, in questo passaggio, un’opposizione tra le persone (presumibilmente) oneste e le persone vergognose. Le prime sono quelle che tengono al loro onore, cioè al loro io, che cercano di difendere la loro immagine con la repressione di ciò che non vogliono vedere e soprattutto dire. Se parlano, è necessariamente per non dire nulla, perché la loro parola copre la realtà traumatica, con il rischio ovviamente di farla scoppiare (come in ogni esercizio di compressione). Conosciamo le conseguenze di questo repressione di massa secondo Freud: fascismo e guerra estesi fino ai confini più estremi del mondo. Anche noi, oggi, dopo decenni di “civiltà” (intendete: globalizzazione capitalista post-coloniale sfrenata), ci chiediamo: ma da dove viene tutta questa violenza? Invasione dell’Ucraina, massacro a Gaza, attacchi militari persistenti in Cisgiordania, Trump che attacca il Venezuela e minaccia di invadere la Groenlandia, repressione selvaggia in Iran, ascesa apparentemente irresistibile delle passioni autoritarie, e ora nuova guerra di altissima intensità condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran… Come quando Freud scriveva Malesia nella cultura, abbiamo la sensazione che qualcosa che passava per essere stato escluso dalla civiltà ritorni con una violenza decuplicata dal fatto stesso che è stato “sentato”, in altre parole represso. E più ci si accusa (e soprattutto più si accusa l’altro: il nemico, il russo, il palestinese, l’ebreo, il musulmano, il latino, ecc.) di essere colpevole di questa violenza, più la si libera.
Non vale lo stesso per le persone vergognose, quelle che possono morire di vergogna: hanno visto dove non bisognava vedere, e se ne vergognano. Ma non tacciono, sono capaci di dire che si vergognano e perché; l’essere del soggetto è coinvolto nel ritorno del reale in questione, e la vergogna ne è la prova: è un’ontologia, dice appunto Lacan. Se il soggetto che è un uomo onesto che tiene al suo onore cerca di coprire gli occhi di fronte agli specchi che riflettono il suo essere vergognoso, il soggetto capace di provare vergogna percepisce il suo essere, ma senza paura di perdere la faccia, l’onore, o tutto ciò che volete, giocando all’uomo onesto. La vergogna non gli mostra né più né meno di quello che è, ed è da lì che potrà vedere, dire e agire. Senza maschera, senza onore. Per Lacan, integrare la vergogna nell’essere significa che non avremo sprecato la propria vita, essendo quindi, un giorno, degni della morte. La vergogna restituisce a una vita tutto il suo senso, ed è una fortuna. Lacan lo dice senza mezzi termini:
“Non merita la morte, si dice a proposito di qualsiasi cosa, per riportare tutto al futile. Detto come si dice, a questo fine, elimina che la morte possa essere meritata.
Ma non è di elitare l’impossibile che dovrebbe trattarsi nell’occasione, ma di esserne l’agente. Dire che la morte si merita – il tempo almeno di morire di vergogna che non sia così, che si merita.
Se succede ora, beh, era l’unico modo per meritarlo. Era la vostra fortuna. Se non succede, cosa che, vista la sorpresa precedente, fa sfortuna, allora vi rimane la vita come vergogna da bere, di ciò che non merita che si muoia. »
L’uomo-onesto-che-tiene-al-suo-onore non ammette la vergogna di cui è sempre responsabile. Respinge, scotomizza, chiacchiera, giustifica, accusa, ma in fondo, del reale – il reale traumatico che fa convergere la propria storia con la Storia dell’umanità -, non vuole sapere nulla, e nemmeno percepire. Gli esempi di uomini onesti che tengono al loro onore non mancano, e li abbiamo già nominati: Netanyahu, Trump, Meloni, Steinmeier, Milei, Macron… ma anche tutte le personalità politiche, giornalisti, intellettuali, artisti, opinionisti, psicoanalisti che, con le loro posizioni di uomini onesti e di uomini che tengono al loro onore, non si vergognano del genocidio in atto a Gaza. Questo li rattrista, certo, è anche del tutto orribile, ma, capite, le cose sono complesse, non bisogna essere troppo ideologici – ed evocare la legittima difesa di Israele, la lotta contro il terrorismo, la realtà dell’islamismo politico, le minacce geopolitiche, la minaccia dell’antisemitismo, l’unicità della democrazia israeliana nella sua regione, la cattiveria umana… Bullshits! Un genocidio è in corso: dovreste morire di vergogna! Noi moriamo di vergogna. Ci fate vergognare, fate vergognare anche la nostra vergogna.
Quello che vedete, quello che fate, quello che pensate e quello che dite, vi fa credere di essere in una postura onorevolemente onesta, mentre tutto questo, come direbbe Lacan, non dovrebbe essere considerato degno di una vita, né di una morte, ma solo di una buffoneria, la stessa buffone che voi stessi temete: “[…] non merita di morire”. Lacan precisa:
“È questo che deve permetterci di prendere la questione in modo diverso se non dall’obiezione che ho fatto poco fa a toccare le cose con un certo tono, con una certa parola, per temere che il buffone non le trasci. Partiamo piuttosto da questo, che la buffoneria è già lì. Forse, per mettere un po’ di vergogna nella salsa, chissà, riuscirà a trattenerla. […] Per questo vi manca solo un po’ di vergogna. Potrebbe venire da voi. »
Per i nostri governanti, politici, giornalisti, accademici, artisti e psicoanalisti che insistono nell’avere una “posizione giusta” su ciò che accade a Gaza, questa vergogna non si è verificata. Ma non è senza prezzo da pagare che si sfugge a qualcosa di così essenziale, per esserlo, come la vergogna.
Se alcuni continuano a evitare l’ontologia della Palestina, e quindi, non meritano, come direbbe Lacan, né di vivere né di morire, altri non possono distogliere lo sguardo da Gaza: la vergogna che provano li costringe a farlo. È impossibile reprimere la vergogna quando ci prende, è impossibile nasconderla quando il corpo esprime apertamente i segni di questo affetto. Gaza ci fa venire il rosso sulle guance. Questi segni di vergogna dimostrano che abbiamo visto la Cosa ed è troppo tardi per scappare: sì, abbiamo visto e ci vergogniamo. Questa vergogna esistenziale è crudele, ma anche vitale, perché ci spinge a reagire: stiamo morendo di vergogna.
Le persone che si sono alzate contro gli Stati complici del genocidio e che hanno manifestato nelle città di tutto il mondo a favore della Palestina lo sanno molto bene, come sanno coloro che hanno partecipato alla straordinaria impresa umanitaria della Global Sumud Flotilla, e naturalmente tutte le persone che hanno espresso con fermezza la loro disapprovazione nei confronti dello Stato di Israele e dei governi complici, a cominciare dalla figura imprescindibile di Francesca Albanese, la giurista italiana relatrice delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, che lotta contro l’invisibilità del genocidio, e che si trova così costantemente Ostracizzata dagli uomini onesti – l’angelo della vergogna.
Gli uomini onesti che tengono il loro onore credono che queste persone siano come loro, che vogliano fare del bene, elevarsi all’altezza di ideali ammirevoli. Ma no: muoiono di vergogna, tutto qui. È la stessa Greta Thunberg che diceva ai grandi di questo mondo, a proposito dell’inazione climatica, how dare you, che si ritrova sulle barche della flottiglia per continuare a dire agli uomini onesti che tengono il loro onore: shame! Vergogna!
Sì, ci vergogniamo. Questo è il grande malinteso: credi che vogliamo ricordarti il tuo dovere, mentre vogliamo trascinarti nella nostra vergogna – e che ci vergogniamo di sapere in anticipo che questo non accadrà. La vergogna ci rende responsabili dei traumi iscritti nel nostro inconscio, che d’ora in poi dobbiamo guardare in faccia: repressione, dimenticanza, negazione, scotomizzazione, non possono nulla quando il reale traumatico è tornato nel sentimento di vergogna. È troppo tardi, l’ontologia della Palestina ci ha svegliato: la responsabilità del nostro essere ci spinge ad agire, con i nostri mezzi, diversi per ciascuno, non per non morire di vergogna, ma perché moriamo di vergogna.
Scrivere la vergogna
“Invergogna di essere un uomo”. Questa frase, famosa, è ora associata a Primo Levi. Ma la riprendeva dal romanzo di Kafka, Il processo. Joseph K si confronta con i suoi giudici:
“È alla fine un tribunale umano, e non divino: è fatto di uomini e da uomini, e Josef, il coltello già piantato nel cuore, ha provato la vergogna di essere un uomo”.
Primo Levi non parla né di lui, né della sua esperienza nei campi di concentramento, ma, ogni volta che introduce il termine “vergogna” nei suoi scritti, è difficile non pensare alla sua esperienza di deportato. Infatti la parola vergogna (vergogna in italiano) appare più volte nei suoi saggi e romanzi: “Vergogna di non essere morto”, in Ora o mai?, e, in I naufraghi e i sopravvissuti, si esprime in modo ancora più struggente: “Ti vergogni perché sei vivo al posto di qualcun altro”. La vergogna, per lo scrittore, colpisce la sfera del privato come quella della collettività:
«[…] abbiamo provato la sensazione di una certa corresponsabilità umana del fatto che Auschwitz era opera degli uomini e che noi siamo uomini: è il frutto di una civiltà a cui apparteniamo. »
La vergogna, pensata come ontologia, rivela la responsabilità propria di ogni individuo nei confronti dei crimini dell’umanità nella nostra storia, passata e presente; la vergogna personale attraversa anche il campo della storia universale: gli specchi della vergogna moltiplicano i riflessi che, come frecce infette, contaminano l’essere che, ripetiamolo, non deve essere inteso come un’essenza, ma come l’esistenza stessa del soggetto. Un’esistenza responsabile, abbiamo detto, per se stessi e per gli altri, una corresponsabilità, scrive Levi. Ma cosa significa, per lo scrittore, “co-responsabilità”? Vuol dire qui che siamo tutti, indistintamente, assassini e genocidi?
Co-responsabilità e colpa non sono la stessa cosa, e sappiamo che dichiararsi colpevoli non impedisce di commettere altri crimini. Qui la questione è piuttosto quella di sapere cosa fare, quando sono attraversato dalla vergogna, che vedo un genocidio in corso, in un mondo che ha giurato “mai più! », e che nessuno si muova.
Se mi vergogno per quello che succede oggi a Gaza, per l’indifferenza dell’Europa “bianca”, ipocrita e opportunista, non è perché sono colpevole del genocidio in corso. Tuttavia, ne sono responsabile, ed è per questo che muoio di vergogna. C’è una differenza tra me e i complici che giustificano il genocidio: io mi vergogno, loro no. La responsabilità nell’esistenza del soggetto è proporzionale alla vergogna che prova, l’una non va senza l’altra. Ma c’è anche una differenza tra la mia vergogna e la vergogna di Primo Levi, la mia vergogna e la vergogna dei palestinesi che l’hanno anche descritta, questa vergogna, mentre si svolge il genocidio. È il caso della poetessa di Gaza Batool Abu Akleen, che afferma nel suo diario:
“Mi ricordo del senso di colpa che mi aveva sopraffatto perché avevo scritto le mie poesie sul sangue dei miei compagni e di tutte le persone che amavo, sul mio dolore, sulle mie dita bruciate, sulla prospettiva della mia stessa morte. Le poesie costruite sulla morte non possono portare orgoglio; possono solo portare più dolore. La mia poesia non è altro che dolore stilizzato. Quando finisco di scrivere una poesia che sembra perfettamente elaborata, la guardo con le lacrime che cadono dai miei occhi e dal mio cuore. Oh, mio Dio, quanto è bello! E quanto mi vergogno di rendermi conto che il dolore è così bello! »
La differenza tra me e loro è molto semplice: io non sono una vittima, Primo Levi e Batool Abu Akleen sì, lo sono. La mia scrittura, che doveva essere l’escape per uscire dalla vergogna, ora mi immerge di nuovo in essa, come ho osato scrivere la vergogna, la mia vergogna, come Primo Levi e Batool Abu Akleen scrivono la loro? E se la mia vergogna è del tutto comprensibile: come immaginare che una vittima provi il mio stesso affetto? Perché Batool Abu Akleen si vergogna di scrivere ciò che vive – per non morire – attraverso la sua poesia? E perché Primo Levi, vittima dei campi di concentramento, si vergogna di essere lui stesso un uomo? C’è un punto di coincidenza, o meglio, di continuità, tra la vergogna di Batool Abu Akleen, di Primo Levi, e di me stesso?
È ancora Deleuze che può aiutarci a districare la questione. Afferma, a proposito dello scrittore italiano:
“La vergogna di essere un uomo, significa allo stesso tempo: come hanno potuto gli uomini fare questo? Uomini, cioè altri oltre a me, come hanno potuto farlo? E in secondo luogo, come mai io, ho comunque fatto un patto, non sono diventato un carnefice, ma ho fatto abbastanza per sopravvivere, e poi una certa vergogna di essere sopravvissuto, al posto di alcuni amici che non sono sopravvissuti. »
Oggi, la domanda che mi pongo è sempre la stessa: come è possibile che dopo la Shoah, delle persone – sì, persone come noi – abbiano potuto commettere di nuovo un genocidio? Naturalmente, il genocidio in corso a Gaza non è il primo genocidio dopo la Shoah. I massacri coloniali del Madagascar, dell’Algeria, e del resto, nel momento stesso in cui i concetti di genocidio e di crimini contro l’umanità si stavano mettendo in atto, senza contare ovviamente i processi genocidi attuati da altre potenze che le potenze europee (si pensa immediatamente al Ruanda, dove tuttavia la complicità della Francia è schiacciante, ma potremmo forse parlare della Cina comunista), erano abbastanza numerosi da metterci di fronte a questa vertigine. Ma il cortocircuito con la Shoah non è da nessuna parte, ovviamente, così stupefacente come con quello che sta succedendo a Gaza. Come riusciamo a integrare psichicamente la ripetizione dei massacri nella nostra storia, dal punto di vista singolare e collettivo?
Primo Levi sa bene da che parte collocare i criminali, ma si vergogna di appartenere alla stessa specie. Non solo si vergogna perché bisogna fare un patto per sopravvivere, ma anche perché bisogna sopravvivere mentre gli altri, molti altri, quasi tutti, sono morti. Altri muoiono anche oggi nei campi dei rifugiati palestinesi. Sono esattamente gli stessi: uomini, donne, bambini, esseri umani. Come noi. E siamo come ielleux. Ed è proprio qui che la nostra corresponsabilità come esseri umani che guardano un genocidio in corso non può che esprimersi nella vergogna. Anche nella vergogna di scrivere. La scrittura è il punto di giunzione della nostra ontologia di fronte ai massacri dei popoli: Gaza fa rivivere l’orrore della Shoah. Sì, è ancora possibile.
L’ontologia ci rende responsabili del fatto che è ancora possibile. Ma cosa fare se non vogliamo cadere nel cinismo proprio del senso di colpa dell’insestamento? Se, dopo la Shoah, i genocidi si ripetono fino alla “purificazione etnica” in atto in Palestina, è sempre possibile reagire, lottare e dissociarsi da coloro che, senza alcuna vergogna, hanno integrato il genocidio nella loro vita psichica e materiale. Si riesce quindi a reagire grazie a questa vergogna, la “vergogna di essere un uomo”, unico modo degno di esserlo. Come mi ha scritto Etienne Balibar durante uno scambio su una prima versione di questo testo, “[siamo “uomo”] non per identificazione con una “specie”, un “genere” o una “comunità” di “simili”, ma per coscienza, o sentimento, o disperazione, o per volontà di misurare (e misurarsi con) la nostra alienazione costitutiva (non siamo “come dei”)”.
Ma succede che la vergogna portatrice di lotta e speranza si associa alla colpa malinconica e mortale. È un’altra responsabilità, senza vergogna, quindi senza possibilità di reazione. Succede spesso alle vittime, che diventano responsabili dei torti stessi che hanno subito. La vita psichica è strana: questa inversione è propria dell’esperienza traumatica e si presenta in particolare nella malinconia, cioè quando il lutto diventa un’esperienza difficile, se non impossibile.
Posso evocare l’esperienza di mia madre, sopravvissuta al massacro di Marzabotto, un piccolo villaggio vicino a Bologna, dove ha perso sua madre, così come una quindicina di membri della sua famiglia, tra cui cinque sorelle e un fratello. Raccontandomi la sua esperienza, passava facilmente dalla vergogna di essere una vittima, al senso di colpa di essere sopravvissuta alla sua famiglia, come se fosse in qualche modo responsabile della morte di tutti.
Il senso di colpa in questi casi di malinconia sostituisce la vergogna e può prendere una svolta tragica. A differenza della colpa nei casi che abbiamo descritto sopra, nella malinconia non è più una difesa o una resistenza, ma una spinta verso la morte: di infinita ruminazione, diventa un silenzio assordante, e può trascinare il soggetto in una caduta allarmante, con rischio di suicidio.
Vorrei portare qui un’altra precisazione clinica: la colpa ha dal punto di vista dell’inconscio una funzione diversa quando il soggetto è in posizione di carnefice o di vittima. Nel primo caso, la colpa agisce come una difesa per il soggetto: è il blabla, la ruminazione, la confessione di cui si è parlato sopra; la colpa non spinge ad agire, e i tentativi di riparazione sono spesso inefficaci. Tutto diverso è il destino della colpa per una vittima dove, in particolare nella malinconia, spinge facilmente il soggetto all’autodistruzione. Ma non si può mai generalizzare: facendo ancora riferimento a mia madre, posso testimoniare che non ha mai tentato di porre fine alla sua vita con atti autodistruttivi.
Possiamo tuttavia chiederci se, in Primo Levi, la vergogna non si sia finalmente trasformata in colpa, una colpa assoluta che lo ha spinto a un certo punto al suicidio. Non possiamo trarre conclusioni su questo punto particolarmente delicato della vita di Primo Levi, e comunque non lo sapremo mai. Bisogna però insistere su questo fatto: non c’è nulla di fatale in questo epilogo. La poesia di Batool Abu Akleen lo testimonia: un’altra sopravvivenza è possibile. Parla di morte, e più precisamente della sua morte, morte che a volte sembra confondersi con la scrittura, o meglio, prendere vita nella scrittura. È come se la poesia servisse a descrivere la morte, una morte imminente o addirittura già avvenuta per la poetessa palestinese.
36 kg. Punto di controllo
Non ascoltare questa voce
Non alzare la testa
Non abbassare la testa
Non guardarti intorno
Non essere contento
Non essere triste
Non canticchiare
Non rimanere in silenzio
Non chiamare
Non aspettate una risposta
Non aspettare niente
Fermati
Fermati
Non si ferma
Continua a urlare
Il tuo silenzio pauroso continua
Non hai passato il bordo filo spinato
Se la superi, sopravviverai?
Il rimorso ti roderà le dita
E ti farà a pezzi
…
Non sopravviverai.
Batool Abu Akleen scrive a partire dalla sua esperienza di genocidio. La sua poesia gli procura, come abbiamo visto sopra, un senso di colpa e di vergogna allo stesso tempo. Ma il senso di colpa perde qui la sua forza autodistruttiva, trasformando il dolore in bellezza. Scrive nel suo diario:
«In un certo senso, ora sono morta. Ma la morte aggiunge una bellezza speciale alla poesia? »
La bellezza nella poesia e nella letteratura stabilisce un nuovo patto con la vita, attraverso un’ontologia particolare, che permette all’essere di incontrare la morte, ma non la propria distruzione: il bello ne è la barriera.
Questa barriera esiste oggi per Batool Abu Akleen, e lo è stata, almeno per un certo periodo, anche per Primo Levi, quando la vergogna ha accompagnato la sua scrittura. “Non c’è motivo migliore per scrivere”, concludeva Deleuze. La vergogna può diventare un motore efficace di creazione, e naturalmente di ribellione, attraverso la letteratura e la poesia. In questo caso, la morte, che si esprime nell’ontologia della letteratura e della poesia, non annienta il soggetto, ma lo fa reagire di fronte al suo orrore, e quindi lo fa vivere, almeno nella scrittura.
Finale: Politica della vergogna
Devo ammettere che quando, il 23 settembre 2025, ho visto le piazze italiane riempirsi di manifestanti che esprimevano la loro solidarietà al popolo palestinese, il mio cuore si è riempito di gioia. Ero sollevata: anche loro, come me, dovevano morire di vergogna. È possibile, e anche certo, che la vergogna non sia l’unico affetto mobilitante di un popolo: possiamo evocare la rabbia, la disperazione, l’umiliazione, la tristezza, il rimpianto, l’angoscia… Ma, se seguiamo l’ipotesi di Lacan, la vergogna è l’unico affetto capace di mobilitare l’essere fino all’atto (e alla parola che lo accompagna), a partire dagli aspetti più inconsci, e a livello individuale come collettivo. La parola che mi è venuta allora è piuttosto: scuorno.
La parola scuorno è un’espressione napoletana, che non ha proprio lo stesso significato di vergogna, vergogna in italiano. Se la vergogna è un sentimento abbastanza intimo, che può essere consumato in una solitudine assoluta, non è il caso dello scuorno, che ha bisogno di una scena sociale per esprimersi. Lo scuorno ci ricorda la nudità, il fatto di essere nudi e di essere finalmente scoperti. Quando abbiamo un comportamento indegno, lo scuorno si impadronisce di noi. Il corpo è quindi il primo luogo dello scuorno. Se lo scuorno è spesso usato per ricordare situazioni divertenti, l’espressione può anche essere carica di violenza. La lotta contro lo scuorno è una lotta per la sopravvivenza, che ci cade addosso all’improvviso. Un esempio di uso divertente e struggente della parola scuorno, lo troviamo nel testo di una canzone inventata dai napoletani all’arrivo del grande calciatore argentino Diego Armando Maradona nella squadra della città: “Maradona, mo ca stai ccà/ levancillo ‘o scuorno ‘a faccia a ‘sta città…” (Maradona, ora che sei qui, togli lo scuorno dalla bocca di questa città). La “vergogna” della città di Napoli era probabilmente una conseguenza del razzismo degli italiani del nord nei confronti dei meridionali: i napoletani erano ladri, truffatori, camorristi, indigenti, fannulloni, persone volgari, brutte, sporche, cattive, ecc. Il popolo pensava allora che se il genio di Maradona avesse potuto far vincere alla squadra di Napoli il campionato italiano (che è successo più volte), la città avrebbe potuto liberarsi dallo scuorno che la inseguiva.
Se possiamo quindi farci togliere lo scuorno da altri, come nell’esempio di Napoli e di Maradona, potremmo essere tentati di mettere ‘o scuorn’ ‘a faccia a tutti coloro che cercano di non vedere cosa succede a Gaza, per fargli riconquistare un po’ di dignità. Ma non funziona sempre, e se lo scuorno non ha sicuramente condizionato le scelte dei governanti italiani, i suoi effetti sono stati sfarzosi a livello di mobilitazione popolare: mettererse ‘o scuorno può quindi diventare un vero e proprio atto politico.
Forse non è un caso se la Francia, dove la parola scuorno non esiste, non ha visto le strade riempirsi come in Italia, dove i numeri dei raduni “pro-Pal” hanno battuto tutti i record: 100.0000 persone a Roma, 50000 a Bologna e decine di migliaia a Genova, Milano, Torino, Napoli, Palermo, Venezia… I giornali hanno scritto che il popolo italiano si era “risvegliato” grazie alla Palestina; e vorrei aggiungere che questo risveglio è stato possibile grazie allo scuorno. Lo scuorno ha prodotto effetti indiscutibilmente sovversivi. Si poteva leggere sugli striscioni dei manifestanti: Sogno la Palestina libera, ed è stata la Palestina a liberare noi (Sogniamo una Palestina liberata, ed è la Palestina che ci ha liberati).
La resistenza a favore della Palestina si era trasformata in resistenza contro i nostri governi, complici del genocidio: resistere per Gaza significava resistere anche per noi, perché, come diceva Nelson Mandela, non saremo mai liberi, finché la Palestina non lo sarà. E oserei dire che nessuna lotta contro l’antisemitismo sarà determinante se non si lotta allo stesso tempo per una Palestina liberata dai coloni israeliani. Una lotta non va senza l’altra: è su entrambi i versanti che bisognerà essere intransigenti.
Ma come spiegare la rianimazione di un popolo che non è abituato tanto quanto in Francia agli scioperi e alle manifestazioni, che non si esprime quasi più alle urne, e che, quando lo fa, vota per l’estrema destra? Questa ampia mobilitazione non è un semplice fenomeno ideologico, come alcuni hanno scritto. L’ideologia è un sistema di idee che costituisce un corpo dottrinale compatto, mentre i manifestanti pro-Pal non erano federati da alcuna posizione politica unitaria. Non credo nemmeno all’ipotesi dell’empatia (come potrei vivere, nel mio corpo e nel mio essere, l’esperienza del genocidio, quando non posso nemmeno pensarci?), né alla colpa che, come abbiamo visto, deresponsabilizza o innesca passaggi all’atto, a livello singolare come collettivo.
Il filosofo Rocco Ronchi afferma che le grandi manifestazioni per Gaza hanno segnato la nascita di un “soggetto politico”, ritorno di un “soggetto antagonista” nelle democrazie liberali in crisi. Il soggetto politico è oggi costruito sull’azione di “minoranze” disorganizzate, cioè non coalizzate da un principio ideale unificante. Bisogna intendere qui “minoranza” non nel senso del numero, ma nel senso deleuziano del termine, cioè azioni particolari, -molecolari- dissidenti, che disturbano le forze unitarie – molari- e dominanti. È proprio la potenza contagiosa di queste masse minoritarie (LGBTQI+, femministe, persone razziste, persone velate, persone non velate, ecc.) che fa venire la pelle d’oca ai governi di estrema destra. Basta ricordare la loro indignazione di fronte all’azione risoluta della Global Sumud Flotilla che, nonostante le minacce, le critiche e le accuse di ogni tipo, non si è fermata. Il filosofo Federico Leoni ha certamente ragione a pensare che questa impresa navale, che ha riunito attivisti pro-Pal provenienti da tutto il mondo, ha una portata che va ben oltre l’aiuto umanitario: per il filosofo, può essere considerata come un vero e proprio “atto politico”, perché ha aperto una rete di “nuove possibilità” per tutti noi. Questi campi di nuove possibilità toccano la dimensione dell’atto ma anche del pensiero secondo il filosofo Luca Salza, per il quale “l’avventura della Flottiglia è assolutamente filosofica”. È filosofica perché è un “fenomeno di veggenza” (Salza evoca il pensiero di Deleuze e Guattari), e attraverso la sua azione concreta, la Flotta ci ha permesso di vedere concretamente il quadro tragico di Gaza, così come il suo riflesso, lo specchio pietoso dell’Occidente. Abbiamo visto cosa ci aspetta, e che purtroppo sta già arrivando: la guerra. È in questo senso che la Global Sumud Flotilla è un evento, filosofico e politico, e apre concretamente delle possibilità nel pensiero e nell’azione politica.
Le proteste minoritarie di cui parla Ronchi, evocate anche da Leoni e Salza, sono state fondamentali, in particolare in Italia, per ricominciare l’atto di dissenso collettivo, e ho la più sincera convinzione che possano minare il discorso imperialista e la sua azione conseguente. Mi sembra che Balibar vada nella stessa direzione quando afferma:
“[…] è lo sviluppo di una solidarietà di massa, che attraversa i confini tra il Nord e il Sud, l’Oriente e l’Occidente, con la lotta del popolo palestinese, che lo fa uscire dal suo isolamento (che è anche, reciprocamente, una delle cause dell’attrazione esercitata dal terrorismo, come ultima risorsa dei “dannati della terra”, abbandonati a tutti). Un tale movimento di massa internazionalista e antimperialista non sostituisce la lotta e l’iniziativa dei palestinesi, ma può mettere in scacco la complicità degli Stati. Ecco perché non bisogna stupirsi che i suoi sostenitori siano oggetto di una severa repressione, nei campus e nelle strade, in America e in Europa. Ma non bisogna nemmeno accettarlo. La Palestina “vincerà” nel senso che non morirà, ma non vincerà da sola. »
E non “vinceremo” nemmeno da soli, senza la Palestina. “La lotta per Gaza” ha ridato al popolo italiano la gioia e la speranza, la speranza che insieme avremo la forza di cambiare qualcosa: per la Palestina e per noi. La Palestina ci ha aperto gli occhi: abbiamo visto lo scopo di coloro che cercano di trarre vantaggi economici dalle spalle dei morti a Gaza, di delegittimare gli organismi internazionali e di distruggere lo stato sociale delle nazioni. Abbiamo visto e capito che la causa della Palestina è universale, e che simboleggia la violenza della differenza di classe nella sua forma più estrema e brutale.
Il genocidio a Gaza ci schiaffeggia in faccia come il ritorno di tutte le ingiustizie, i massacri e i saccheggi repressi dalla nostra civiltà. Avevamo detto: “Mai più guerra! Mai più il colonialismo! Mai più genocidi! » Ed eccoci ora compromessi fino al collo. Oggi, il cessate il fuoco non ha fermato il genocidio a Gaza, che persiste a “bassa intensità”. Continuiamo a vedere le immagini di una città demolita e dei suoi abitanti che lottano contro la fame e le malattie, mentre gli oligarchi statunitensi e i loro complici delle petromonarchie fanno piani di smartcity sui cumuli di rovine e cadaveri. Come si giustifica l’Europa di fronte a questo? E come si giustificherà quando la storia la accuserà ancora una volta di crimini contro l’umanità? La risposta è semplice: se la storia si ripete, se il verdetto cade, dirà ancora: “Sono colpevole! Ho sbagliato! D’ora in poi mi terrò a scacchi. Ma sappiamo già che questa ammessa di colpa e i sentimenti che la accompagnano le serviranno per giustificare, ancora e ancora, i genocidi che non smette di generare come una madre inesauribilmente feconda negli orrori. Che vergogna.
Gaza è anche il ritorno della nostra parola bugiarda, ipocrita, vergognosa. Ma la nostra ontologia ci spinge, necessariamente, a continuare la lotta per e con la Palestina: “La vergogna può essere un legame [vincolo] più forte dell’amore”, scrive Carlo Ginzburg. Bisogna farlo, perché moriamo di vergogna – e questa è la nostra occasione, la nostra unica possibilità! Bisogna farlo per la Palestina, ma anche per me, per te, per noi, per tutta la collettività. Il testo Canta Palestina, cantato dal musicista italiano Enzo Avitabile (in napoletano) e dalla cantante palestinese Amal Murkus (in arabo), lo dice con le parole più belle:
Enzo: Quanto sono avide le stelle a Betlemme
Come le stelle sono avide a Betlemme
Come le stelle sono avide
E siccome queste finestre sono fumose
E siccome queste finestre sono fumose
Chiuse
E canta canta canta
Canta con il tamburo
E canta canta canta
Canta la Palestina
Canta canta la speranza
E chi ha speranza canta
E non muore disperato.
Amal: È una bella giornata qui in Palestina
E vedo la faccia di una persona cara
E c’è una nuova canzone
Un flauto meraviglioso
Per far sorridere una madre e un bambino
E siamo tutti qui a cantare
Enzo: Come sono bagnati i fiori stasera
Come i fiori sono bagnati stasera
Come sono bagnati
E il sole e la luna mescolano i colori
E il sole e la luna mescolano i colori
Il sole e la luna
E canta canta cantiamo
Cantiamo con il tamburo
Cantiamo la speranza
E chi ha speranza canta
E non muore disperato.
Amal: Canta Palestina, canta per Vittorio, canta Enzo
E c’è una nuova canzone
Un flauto meraviglioso
Per far sorridere una madre e un bambino
E siamo tutti qui a cantare
Cantiamo per la vita
Cantiamo per la libertà
Insieme accendiamo la strada della vita
Enzo & Amal: E canta canta cantiamo
Canta Enzo, cantiamo per Vittorio
E canta canta canta
Canta la Palestina
Canta canta la speranza
Chi ha speranza canta
E non muore disperato.
Canta la Palestina
Canta per la vita
Canta per la libertà
Canta canta Enzo,
Per Vittorio, per la Palestina, per me, per te, per noi, per il mondo
Ringrazio Florence Bonnefous, che mi ha fatto notare che la dichiarazione pubblica della mia posizione nei confronti della Palestina avrebbe il valore di un coming out. Questo termine, che designa come sappiamo una dichiarazione pubblica e volontaria di appartenenza a una minoranza sessuale, è stato utilizzato e riflettuto per la prima volta nel campo della psicoanalisi da Fabrice Bourlez: Fabrice Bourlez, Queer psicoanalisi. Clinica minore e decostruzione del genere, Parigi, Herman, 2018. Ho ripreso e discusso questo uso a mia volta nell’articolo: “A ciascuno il suo coming out. A proposito dell’articolo di F. Bourlez: “L’inconscio in acque torbide: per una clinica minore”, In Analysis, 2020, https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S2542360620300986? Via%3Dihub. L’interesse di questo termine nel campo della psicoanalisi risiede nel modo in cui mette in discussione la presunta impassibilità dell’analista in una certa tradizione freudiana. L’uso che faccio qui del termine di coming out non designa una dichiarazione di appartenenza a una minoranza, e nemmeno a questa minoranza di pensiero che è tuttavia di fatto l’impegno a favore della causa palestinese nell’ambiente intellettuale francese e in particolare nell’ambiente psicoanalitico, ma un’esposizione di sé come analista che può avere l’effetto di essere classificata dai pazienti in una certa categoria, in virtù di una supposizione di sapere suscettibile di disturbare il quadro trasferibile.
Sigmund Freud, Il disagio nella cultura, Parigi, P.U.F., 1995, p. 32.
“Nonostante le immagini e i racconti che filtrano (i giornalisti vi lasciano la vita ogni giorno), non siamo lì, a Gaza, sotto le bombe e davanti ai carri armati, a vedere le nostre case rase al suolo, i nostri bambini che muoiono di fame, i nostri feriti finiti anche negli ospedali, e a seppellire i nostri morti in terra nuda. Possiamo solo pensarci notte e giorno, ripensando al nostro orrore. » Étienne Balibar, « Pensare Gaza: intervista con Luca Salza », Le Club de Mediapart, 17 settembre 2025; https://blogs.mediapart.fr/etienne-balibar/blog/170925/penser-gaza-entretien-de-luca-salza-avec-etienne-balibar. Parso anche con il titolo “Gaza è un evento mondiale, che non lascerà nulla invariato nei nostri pensieri e nei nostri rapporti reciproci”, in K, Cahier spécial, La grandeur de Mahmud Darwich, autunno 2025. p. 173-203; https://www.peren-revues.fr/revue-k/1584.
Ibid.
Chlothilde Mraffko, “Dopo aver a lungo screditato le cifre palestinesi, Israele riconosce più di 71000 morti a Gaza”, in Médiapart, 3 febbraio 2026: https://www.mediapart.fr/journal/international/030226/apres-avoir-longtemps-discredite-les-chiffres-palestiniens-israel-reconnait-plus-de-71-000-morts-ga. Vedi anche: https://fr.wikipedia.org/wiki/Pertes_humaines_durante_la_guerre_de_Gaza.
Jean-Gérard Bursztein, Nazismo e Shoah, un approccio psicoanalitico, Parigi, Nouvelles Études Freudiennes, 2008; Jean Jacques Moscovitz, Sognare di riparare la storia psicoanalisi, cinema, politica, Tolosa, Érès, 2015; Stéphane Habib, C’è l’antisemitismo, Parigi, i legami che liberano, 2020; Régine Waintrater, Temporalità e genocidio, in Dialogue — Il tempo, la famiglia e la coppia, 2024/1 n° 243, Érès, pp. 107-121: https://shs.cairn.info/revue–2024dialogue-1-page-107? Lang=fr.
Marie-Caroline Saglio-Yatzimirsky & Ana Gebrim, “Vedere e non vedere la catastrofe a Gaza: note sulla frammentazione”, in AOC, 20 dicembre 2024: https://aoc.media/opinion/2024/09/19/voir-et-ne-pas-voir-la-catastrophe-a-gaza-notes-sur-la-fragmentation/; Gérard Haddad, “Come ebreo, rifiuto che Netanyahu giustifichi la carneficina di Gaza a mio nome! » https://www.youtube.com/watch? V=GSl-sXZ7Na4.
Bruno Karsenti, Jacques Ehrenfreund, Julia Christ, Jean-Philippe, “Un genocidio a Gaza? Una risposta a Didier Fassin”, in AOC, 13 novembre 2023: https://aoc.media/opinion/2023/11/12/un-genocide-a-gaza-une-reponse-a-didier-fassin/; Raphaël Enthowen, “Parlare del genocidio è impreciso”: https://www.youtube.com/shorts/UG_ViQF6-1g.
Sigmund Freud, Inibizione, sintomo, angoscia, Parigi, Quadrige, 1993, p. 35.
Jacques Lacan, Il Seminario, Libro XI, I Quattro Concetti fondamentali della psicoanalisi, Parigi, Seuil, 1973, p. 49. La “Cosa” è un concetto lacaniano che si riferisce al trauma. Jacques Lacan, Il seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi, Seuil, Parigi, 1986, p. 155. Ricordiamo anche che ci sono, per Lacan, tre dimensioni dell’esperienza. Il simbolico è un modo di determinare qualcosa dalla sua posizione in un sistema di segni (come una parola, per Saussure, si definisce per differenza e opposizione con altre parole). L’immaginario è un modo di determinazione che passa attraverso la rappresentazione, cioè attraverso la formazione di un’immagine e più in particolare in relazione all’immagine del corpo (come si costituisce in particolare nello stadio dello specchio). È il registro dello speculario, dell’esca e di ogni idealizzazione, incluso l’io. È anche il registro del significato prodotto dal discorso, questo senso è rappresentato al di là delle parole pronunciate. Il reale è ciò che resiste all’iscrizione in un sistema e alla rappresentazione immaginaria, si distingue dalla realtà (la rappresentazione del mondo esterno) ordinata dal simbolico e dall’immaginario, e rimanda a una pausa degli altri ordini: ogni trauma è, per Lacan, un’esperienza dell’ordine del reale.
Gilles Deleuze, “Grandezza di Yasser Arafat”, in Deux régimes de fous, Parigi, Les Éditions de Minuit, 2003, p. 221.
Https://www.lemonde.fr/international/article/2026/02/02/a-gaza-des-morts-quasi-quotidiennes-en-depit-du-cessez-le-feu_6665038_3210.html; https://news.un.org/fr/story/2026/01/1158277; https://www.amnesty.fr/actualites/genocide-a-gaza-continue-malgre-le-cessez-le-feu/.
Canada, Spagna, Belgio, Paesi Bassi e Giappone hanno dichiarato la loro intenzione di smettere di inviare armi a Israele https://www.france-palestine.org/Quels-sont-les-pays-qui-ont-cesse-de-fournir-des-armes-a-Israel.
La mostra esplorava le influenze del pensiero critico francese sull’arte americana dagli anni ’70.
Nonostante le mie origini abbastanza contrastanti, il mio passaggio di “donna bianca” è quasi impeccabile.
Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Lettura obliqua, Milano, Adelphi, 2025, p. 17. D’ora in poi la traduzione dall’italiano è la mia.
Il ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha ricordato la regola sul timone degli istituti pubblici, che impone la neutralità politica e vieta di esporre una bandiera diversa da quella francese. Notiamo comunque che la bandiera ucraina è stata esposta ovunque dall’invasione russa del 2022 senza che ciò abbia creato alcuno scandalo.
Ludovic Lamant, “Al Palais de Tokyo a Parigi, la bandiera martinicana appena issata, già rimossa”, in Mediapart, 27 ottobre 2025: https://www.mediapart.fr/journal/culture-et-idees/271025/au-palais-de-tokyo-paris-le-drapeau-martiniquais-peine-hisse-deja-retire.
Jacques Lacan, Il Seminario, Libro XVII, L’envers de la psicoanalyse, Parigi, Seuil, 1991, p. 209.
La Global Sumud Flotilla è un’iniziativa marittima internazionale, condotta da organizzazioni non governative volte a forzare il blocco israeliano della Striscia di Gaza. “Sumūd” in arabo significa “perseveranza”, e la parola è usata per designare l’atteggiamento del popolo palestinese nei confronti dell’offensiva israeliana.
Sono pienamente Balibar quando afferma: “Parlare per dire la propria impotenza è terribilmente umiliante, ma tacere è impossibile. » Étienne Balibar, « Pensare Gaza: intervista di Luca Salza a Étienne Balibar », Le Club de Mediapart, op. cit.
Jacques Lacan, Il rovescio della psicoanalisi, op. cit., p. 209.
Deleuze scriveva sul giornale Le Monde, il 7 aprile 1978: “Il modello Israele-Palestina è determinante nei problemi attuali del terrorismo, anche in Europa. L’intesa globale degli Stati, l’organizzazione di una polizia e di una giurisdizione mondiale, così come si stanno preparando, portano necessariamente a un’estensione in cui sempre più persone saranno assimilate a “terroristi” virtuali. » (Gilles Deleuze, « I fastidios », in Deux régimes de fous, op. cit., p. 148.) Per Balibar, “terrorismo e resistenza non sono nozioni incompatibili, anche se il primo può intaccare la legittimità del secondo. » (Étienne Balibar, « Memorandum sul genocidio in corso a Gaza e le sue implicazioni riguardanti Israele e la Palestina », op. cit.) Preciserà nella sua intervista con Luca Salza: “Hamas, così disastroso che si giudica il suo programma e la sua azione condannabile, non è lo Stato islamico (Daech). E questo significa che i rapporti storici tra le lotte di emancipazione o di resistenza e il “terrorismo” come tattica sono sempre stati (e sono più che mai) complessi, impuri, soggetti ad evoluzione. » (Étienne Balibar, « Pensare Gaza: intervista di Luca Salza a Étienne Balibar », Le Club di Mediapart, op. cit.)
Gilles Deleuze & Elias Sanbar, “Gli indiani di Palestina”, in Deux régimes de fous, op. cit., p. 182. Gilles Deleuze & Elias Sanbar hanno chiamato gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania, “Gli indiani di Palestina” (p. 180). Così come le popolazioni indigene dell’America, i palestinesi sono stati decimati e coloro che resistono vivono, anche loro, in “riserve”. Vivono sotto occupazione dal 1967 e rischiano di perdere i tre piccoli brandelli di terra che erano stati loro concessi: Gaza, la Cisgiordania e la parte orientale di Gerusalemme. Per qualsiasi chiarimento sul rapporto di Deleuze con la Palestina vedere l’illuminante articolo di Camille Chamois & Viviana Lipuma, “Gilles Deleuze e la Palestina”, in Les Temps qui Restent, 14/10/2025: https://lestempsquirestent.org/fr/numeros/numero-7/gilles-deleuze-et-la-palestine.
Judith Butler, “La pleurabilité du vivant (1/3)”, in Les Temps qui restent, 25/01/2025: https://lestempsquirestent.org/fr/numeros/numero-4/la-pleurabilite-du-vivant-1-3.
Gilles Deleuze, “I fastidiosi”, op. cit., p. 147.
Ecco il passaggio di Deleuze per intero: “Quello che i palestinesi lanciano sono le loro stesse pietre, le pietre vive del loro paese. Nessuno può pagare un debito con morti uno, due, tre, sette, dieci al giorno, né va d’accordo con terzi. I terzi si sottraggono, ogni morto chiama i vivi, e i palestinesi sono passati nell’anima di Israele, lavorano quest’anima come ciò che ogni giorno la sonda e la perfora. » Gilles Deleuze, « Le pietre », in Deux régimes de fous, op. cit., p. 312. Questo testo era stato scritto per la prima volta in arabo, ed era stato scritto dopo la prima Intifada nel dicembre 1987.
Gilles Deleuze, “Grandezza di Yasser Arafat”, op. cit., pp. 220-221. Naturalmente, ciò che viene qui propagato non è il genocidio della Shoah con le sue caratteristiche e la sua portata così particolari e per certi aspetti unici, non è “il male assoluto” che viene propagato, ma ben “il male”, in altre parole la logica genocida, anche se in altre forme e con un’altra dimensione.
Lettera di S. Freud del 26 febbraio 1930, Biblioteca nazionale di Israele, Gerusalemme, citato in Eran Rolnik, Freud a Gerusalemme; La psicoanalisi di fronte al sionismo, Parigi, L’Antilope, 2017, pp. 152-153.
Il caso della malinconia è diverso, come vedremo più avanti.
Nel mito della nascita della legge, i fratelli uccidono il padre e lo mangiano: è dalla loro colpa che nasce la legge. Ma la legge esiste anche perché possa essere trasgredita… Sigmund Freud, Totem e Tabou. Alcune concordanze nella vita dell’anima dei selvaggi e dei nevrotici, in Œuvre complètes, t. XI, Parigi, PUF, 1998, p. 360-361.
Patrice Maniglier mi ha spinto verso questa analisi della colpa come proiezione della colpa nell’Altro, e lo ringrazio.
Balibar lo scrive in tutte le lettere: “Il governo israeliano con il suo esercito, sempre più sottomesso all’influenza del partito dei coloni (che è un partito fascista), ma che può anche contare sulla comprensione della grande maggioranza dei cittadini ebrei sicuri del loro buon diritto, che il loro nazionalismo rende indifferenti al destino dei palestinesi (con eccezioni tanto più ammirevoli in quanto sono sempre più represse), ha cinicamente sfruttato il trauma sentito dalla popolazione e colto questa “miracolosa opportunità” per “finire il lavoro” (come aveva detto David Ben Gurion nel 1948): rilanciare la Nakba, estendere le colonie Della Cisgiordania espellendo e decimando i palestinesi, radendo al suolo i monumenti che testimoniano la loro storia e la loro cultura. “Étienne Balibar, “Memorandum sul genocidio in corso a Gaza e le sue implicazioni su Israele e Palestina”, in Les Temps qui Restent, 19 settembre 2024: https://lestempsquirestent.org/fr/numeros/numero-2/memorandum-sur-le-genocide-en-cours-a-gaza-et-ses-implications-concernant-israel-et-la-palestine.
Ci riferiamo qui all’opera di Freud Il disagio nella cultura, dove l’inventore della psicoanalisi spiega che è proprio la repressione della pulsione che genera il disagio nella cultura. Sigmund Freud, Il malessere nella cultura, op. cit., p. 41.
Jacques Lacan, Il rovescio della psicoanalisi, op. cit., p. 209-210.
Jacques Lacan, Il Seminario, Libro XXI, Les Non-dupes errent, inedito, lezione del 19 febbraio 1974.
Sigmund Freud, “Psicologia delle folle e analisi del me”, in Saggi di psicoanalisi, Payot, Parigi, 1981, pp. 129-227.
Jacques Lacan, Il rovescio della psicoanalisi, op. cit., p. 210.
Ibid.
Ibid., pag. 211.
Primo tra gli uomini onesti che hanno attaccato Francesca Albanese, troviamo Jean-Noël Barrot, ministro francese dell’Europa e degli affari esteri, che ha orgogliosamente affermato in seduta pubblica all’Assemblea nazionale: “La Francia condanna senza alcuna riserva le parole oltraggiose e colpevoli della signora Francesca Albanese, che mira non al governo israeliano, di cui è permesso criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”: https://www.diplomatie.gouv.fr/fr/les-ministres/jean-noel-barrot/interventions-a-l-assemblee-nationale-et-au-senat/article/propos-tenus-par-francesca-albanese-reponse-de-jean-noel-barrot-ministre-de-l. Fortunatamente il Comitato di coordinamento delle procedure speciali del Consiglio dei diritti ha condannato gli attacchi contro Francesca Albanese, attacchi basati, secondo il Consiglio dei diritti, sulla disinformazione: https://www.aa.com.tr/fr/monde/onu-le-comité-de-coordination-des-procédures-spéciales-condamne-les-attaques-contre-francesca-albanese/3833543.
Primo Levi, “Tradurre Kafka”, in Esprit, gennaio 1991.
Primo Levi, Se non ora, quando?, in Opere, Romanzi e poesia (Vol.II), Einaudi, 1997.
Primo Levi, I Sommersi e i salvati, in Opere, Romanzi e poesia (Vol.II), op. cit.
Primo Levi, “Le parole, il ricordo, la speranza”, in Conversazioni e interviste, Laffont, 2019.
Batool Abu Akleen, “All This pain Assessing Is Ridiculous”, in Collectif, Voices of Resistance, Diaries of Genocide, Great Britain, 2025, Basma Ghalayini, James Harker & Ra Page, p. 13. La traduzione dall’inglese d’ora in poi è mia. Batool Abu Akleen è nata a Gaza City nel 2005. La sua opera più conosciuta è una raccolta di poesie, 48 Kg., il cui titolo non può che evocare il problema della carestia che il popolo palestinese attraversa durante il genocidio in corso. I suoi scritti sono la conseguenza di un autentico lavoro di passione, intelligenza e resistenza.
C’è un’omologia tra le posizioni di sopravvissuto di Primo Levi e di Batool Abu Akleen: l’abbiamo detto, tutte le vite (e i morti) hanno lo stesso valore. Ciò non significa che non ci sia un’incomparabilità radicale tra la Shoah e il genocidio a Gaza. Vorrei ricordare qui il carattere singolare di ogni genocidio ed evitare la trappola morale e politica dell’analogia. Non si tratta nemmeno di attribuire alla Shoah il valore di crimine assoluto, né di pensare il genocidio in termini di gravità più o meno elevata a seconda del numero di morti, delle atrocità commesse, ecc. Dal 1948, il termine “genocidio” è inquadrato dal diritto internazionale e risponde a regole ben precise stabilite nella Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite. Il crimine contro l’umanità è definito dall’intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, razziale, etnico o religioso. È questa nozione di intenzionalità che fa tutta la specificità di ogni genocidio.
Era Primo Levi stesso che si considerava italiano prima di essere ebreo. È d’altronde interessante notare che quando, nel corso di un’intervista, il giornalista Gad Lerner afferma che dal 1948 le principali istituzioni sioniste considerano che il baricentro dell’ebraismo si trovi in Israele, lo scrittore gli risponde: “No, ho riflettuto a lungo sulla questione: il baricentro è nella diaspora, sta tornando nella diaspora. Io stesso, ebreo della diaspora, molto più italiano che ebreo, vorrei che il baricentro dell’ebraismo potesse rimanere fuori da Israele. » Primo Levi « Israele, se questo è uno Stato », intervista di Gad Lerner a Primo Levi per l’Espresso, 1984, ripubblicata in Scraps From the Loft, 1 dicembre 2023; https://scrapsfromtheloft.com/culture/gad-lerner-intervista-primo-levi-1984-lespresso/. La traduzione è mia.
G. Deleuze, Abécédaire, (ingresso “resistenza”), Parigi, Edizioni Montparnasse, 2004.
Étienne Balibar, “Pensare Gaza: intervista di Luca Salza a Étienne Balibar”, Le Club de Mediapart, op. cit.
Conversazione privata. Usiamo l’espressione “vergogna di essere un uomo” di Primo Levi così com’è, senza modificarla a partire dalle regole della scrittura inclusiva.
«Manca qui [nella malinconia] la vergogna davanti agli altri […], o almeno questa vergogna non appare in modo sorprendente. » Sigmund Freud, « Lutto e malinconia », Parigi, Folio, 1968, p. 152.
Il massacro di Marzabotto è stato perpetrato tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 in Emilia-Romagna, vicino a Bologna, dalle Waffen-SS. Ha fatto almeno 770 vittime, ed è il più mortale sul fronte occidentale per le Waffen-SS. Oggi è anche l’assassinio più mortale in Italia. È paragonabile al massacro di Oradour-sur-Glane in Francia, avvenuto il 10 giugno 1944 in Francia. È interessante notare che Deleuze evoca il massacro di Oradour per parlare del genocidio in Palestina: “Si dice che non sia un genocidio. Eppure è una storia che include molto Oradour, fin dall’inizio. » Gilles Deleuze, « Grandezza di Yasser Arafat », op. cit., p. 221. Certamente, l’entità di ciò che accade oggi a Gaza è incomparabile con ciò che è accaduto a Oradour e Marzabotto. Il lettore sarà certamente sorpreso.e che io usi, indistintamente in questo testo, i termini “massacro” e di “genocidio” nei confronti di Gaza, che è inesatto dal punto di vista giuridico, ma che non lo è dal punto di vista del mio inconscio, che assimila, in modo certamente abusivo, il massacro di Marzabotto e il genocidio a Gaza.
Batool Abu Akleen, 48 kg. Tenement Press 19, Regno Unito, 2024, p. 52-53.
Batool Abu Akleen, “Mi ricordo di Anna Frank”, in Collectif, Voices of Resistance, Diaries of Genocide, op. cit., p. 23.
Per Lacan, «[Il bello] ci dice in quale direzione si trova il campo della distruzione. » Jacques Lacan, Il seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi, Seuil, Parigi, 1986, p. 256.
G. Deleuze, Abecedario, op. cit. Questa citazione appare anche nell’opera di Frédéric Gros, Le pouvoir de la honte, Essai sur un sentiment révolutionnaire, 2024, Albin Michel, p. 180. Ringrazio Manon Adolphe per avermi segnalato l’esistenza di quest’opera.
Vorrei ricordare che ci sono state anche mobilitazioni di persone ebree, come la grande manifestazione di New York del 13 ottobre 2023, dove migliaia di attivisti juf.ves hanno marciato per le strade della città a sostegno di Gaza e contro Israele. https://www.lepoint.fr/monde/manif-pro-palestinienne-a-new-york-les-palestiniens-ont-le-droit-de-resister-par-la-force-16-10-2023-2539551_24.php; https://www.tdg.ch/guerre-au-proche-orient-a-new-york-de-nombreux-juifs-americains-soutiennent-la-palestine-635437177755. Le prese di parola da parte di intellettuali e artisti ebrei, a favore della Palestina, non sono mancate, come quella, incrollabile, della filosofa statunitense Judith Butler, e quella del filosofo israeliano Omri Boehm. In Francia, queste dichiarazioni non sono state numerose. Va comunque ricordato che un collettivo di 85 personalità ebraiche ha denunciato le operazioni dell’esercito israeliano in corso a Gaza in una tribuna su Libération il 31/10/2023. Tra i firmatari ricordiamo Marie José Mondzain, Michèle Sibony, Tal Madesta e gli psicoanalisti Gérard Haddad e Sophie Mendelsohn: https://www.liberation.fr/idees-et-debats/tribunes/frappes-sur-gaza-vous-naurez-pas-le-silence-des-juifs-de-france-20231031_LJEAHTHDXNFPHJGGTG6NRHDHII/. A proposito della mobilitazione degli ebrei contro il genocidio a Gaza, vorrei evocare l’associazione Unione ebraica francese per la pace (UJFP) (https://ujfp.org) e il Collettivo ebraico decoloniale TSEDEK (https://tsedek.fr), di cui ricordiamo l’articolo collettivo “Cessate il fuoco a Gaza: la liberazione della Palestina non verrà dai suoi carnefici”; https://tsedek.fr/2025/10/12/la-liberation-de-la-palestine-ne-viendra-pas-de-ses-bourreaux/.
Il termine esiste anche in italiano, “scorno”, ma non è molto usato. In napoletano scuorno significa “vergogna”, “umiliazione”, “scherno”, “ignominia”, “infamia”, “disonore”, “macchia”. Esiste anche, sempre in napoletano, il verbo scurnà, che significa ridicolizzare, deridere, umiliare (pensiamo anche al termine inglese “scorn”, che significa disprezzo, disprezzo, derisione).
Ringrazio Luca Salza per avermi indicato l’esempio illuminante di Maradona e per le sue spiegazioni sull’uso del termine scuorno nella lingua napoletana. Vedi anche https://www.espressonapoletano.it/linsopportabile-peso-dello-scuorno/. L’esempio di Maradona, qui, è buono: il suo sostegno al popolo palestinese è ben noto, così come la sua posizione anti-imperialista; https://www.youtube.com/shorts/kPwA-zN9v-o; https://www.instagram.com/p/DVgBaOhjVy2/.
Https://www.setteottobre.com/il-volto-nascosto-del-movimento-pro-palestina-unideologia-oltre-la-retorica-della-liberta/, https://www.linformale.eu/il-dispositivo-retorico-propal/; https://www.adhocnews.it/la-propaganda-pro-pal-e-veicolo-di-violenza/.
Rocco Ronchi, “ Dalla politica alla geopolitica: minoranze antagoniste”, in Doppio Zero, 28 ottobre 2025.
Federico Leoni, “Global Sumud Flotilla: un atto politico”, in Doppio Zero, 9 ottobre 2025, https://www.doppiozero.com/global-sumud-flotilla-un-atto-politico.
Ibid.
Luca Salza, “La filosofia su una barca”, in lunedì mattina#497, il 17 novembre 1925: https://lundi.am/La-philosophie-sur-un-bateau.
Étienne Balibar, “Pensare Gaza: intervista di Luca Salza a Étienne Balibar”, Le Club de Mediapart, op. cit.
Possiamo immaginare una continuità tra le manifestazioni per la Palestina e la grande mobilitazione degli italiani contro la recente riforma della giustizia del governo Meloni sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo 2026. Questa riforma, che mirava a separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri (rafforzando allo stesso tempo il potere del governo), è stata respinta con oltre il 53% dei voti contrari. La vittoria del “no” è tanto più sorprendente in quanto la partecipazione alle urne è stata molto alta. È possibile che questa mobilitazione contro la proposta del governo sia anche una felice ripercussione delle recenti proteste collettive a sostegno del popolo palestinese che, in Italia, persistono.
Carlo Ginzbug, Il vincolo della vergogna, op. cit., p. 17. “Vincolo” in italiano ha anche il significato di “costrizione”.
Canta Palestina è una canzone scritta nel 2004 dal cantante napoletano Enzo Avitabile e dalla cantante palestinese Amal Murkus. È dedicata a Vittorio Arrigoni, militante, giornalista e pacifista italiano ucciso a Gaza nel 2011 dai salafiti che lo avevano preso in ostaggio per cercare di ottenere da Hamas la liberazione di molti dei loro membri.
« Enzo: Come così avete ‘e stelle a Betlemme/Come so avete ‘e stelle a Betlemme/come so avete ‘e stelle/e come song affummichiate sti feneste/come song affummicchiate sti feneste/n’ ghiuse/e canta canta canta canta/ canta cu ‘o ‘o tambur/e canta canta/canta Palestina/canta canta canta ‘a speranza/e chi ‘e speranza campa/risperato more/Amal :È una bella giornata che in Palestina/E vedo il ritorno di una persona cara/E c’è una nuova canzone/Un meraviglioso flauto flauto/Per far sorridere una madre e un bambino/E siamo tutti qui a cantare/ Gelibi majrouh yalik ya falestin (il mio cuore è triste per te Palestina)/Enzo: Comme so n’fuse ciure a stasera/ N’fuse ‘e ciure stasera/comme so n’fuse ‘e ciure/E ‘o sole e la luna ammescano ‘e culure/o sole e a luna ammescano ‘e culure/o sole e a luna/ e canta canta canta canta/canta cu ‘o tambur/e canta canta canta/canta Palestina/canta canta a speranza/e chi ‘e speranza campa/risperato nun more/Amal: E c’è una nuova canzone/Un meraviglioso flauto/Per far sorridere una madre e un bambino/E siamo tutti qui a cantare/Cantiamo per la vita/Insieme illuminiamo la strada della vita/Gelibi majrouh yalik ya falestin (il mio cuore è triste per te Palestina)/ Enzo & Amal: E canta canta cantiamo/Canta Enzo, cantiamo per Vittorio/E Canta canta canta/Canta Palestina/ Canta canta ‘a speranza/e chi ‘e speranza campa/risperato nun more/Canta Palestina/Canta per la vita/Canta per la libertà/Canta canta Enzo/Pe Vittorio, pe ‘a Palestina, pe me, pe te, pe nuje, pe ‘o munno». La traduzione del napoletano è la mia. Non esiste una trascrizione di tutti i versi in arabo, quindi ho usato qui la trascrizione della sua traduzione in italiano. Per una visione della performance live della canzone: https://www.youtube.com/watch? V=rTG8rQFNoFA.